ONDA SU ONDA

Ci sono piaceri non confessati. Che soltanto l’attitudine alla meditazione fa emergere. Un istintuale rispetto per l’ordine, ad esempio, benché molto, ma molto, inconscio.

Per quanto estendessi lo sguardo, non riuscivo a cogliere un significativo moto ondoso.

Dal balconcino dell’ottavo ponte.

Meglio così! Commentavo. E chiamavo mia moglie per farle adocchiare l’increspamento minimo durante le manovre di attracco. 

Sono un gallinaccio poco aduso alle acque (tra i piaceri della vita, non sarò in grado di assaporare la vela, con buona pace di una letteratura tanto convincente). Limiti personali, paure epigenetiche?

Sta di fatto che si trattava della mia prima crociera, a 58 anni. Mettiamoci anche una quota di snobismo, lo confesso. E la scelta, secondaria e fortunata, cadde sul Mar Baltico. De facto, un immenso lago.

Invece, nonostante i preconcetti, ogni cosa pareva illuminata. Tutto inedito. Le pilotine di supporto, ad esempio, va a sapere per quale motivo così a lungo assistono il mostro da cento-e-più-mila tonnellate! Finché le acque sono internazionali? Sino a quando il rischio di pirati d’abbordaggio è minimizzato? Ignoro.

E poi quella fauna umana così melange (né dominata da vecchie streghe né da vocianti pop). Ed il mondiale di calcio senza di noi, occhieggiato in saloni giganteschi.

Conosci te stesso. Diceva il filosofo ed il refrain popolare.

Ed io, in quella settimana, ho ritrovato conferma della mia indole legalitaria. Per quanto mi spacci per anarchico creativo…alla fine della fola provo un gusto perverso per le manifestazioni di fedeltà all’ordine. Cosa intendo?

Una scena paradigmatica: il rientro dalla gita. Ebbene, fosse Stoccolma, Helsinki o Tallin, i crocieristi vengono posti in fila, a rapido ma composto scorrimento. Si entra disciplinati, uno ad uno, con verifica puntuale dell’identità. A testimoniare che dovunque si fosse posato il tuo passo, ora stavi abbandonando il suolo di una Nazione e rientravi nel ventre del Natante, stato autonomo di per sé. 

Bello ! Obbedivamo quieti.

E di rinforzo, torna alla memoria la mia breve vita militare, di sottotenente medico del complemento, traslocato a forza in quel di Trieste. Shock ? Il punto è che rifiutai strade più semplici, come l’assistente di sanità (lavoro para-infermieristico, che avrei sgraffignato nella mia Roma, ove studiavo Medicina). Giammai. Fedeltà alle istituzioni!? Un piacere subdolo per i primi gradi della scala gerarchica? 

Pagata cara.

Scoprire, allora, che la mia Sanità Militare veniva definita “vasellina”. 

E che la mitica scuola di Costa San Giorgio, teatrino degli Allievi Ufficiali, è ora desueta, tornata alla decadenza o a rimessa religiosa.

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