BENJAMIN

Una relazione, un lunghissimo amore, si nutre di ricordi. Alcuni sono cristallizzati, hanno a tal punto inciso nelle sinapsi che creano un pattern. Quasi una firma, un archetipo. Basta immaginare un semplice florido ficus per riprovare quel piacere, come in una esperienza sinestesica. 

“Ricordo quella luce”, lui mormorò, con il mento che virava in direzione della terrazza, ad un passo dal Tirreno; “la ricordi quella finestra d’angolo? Che curiosa prospettiva di luce. La chiamavi luce dell’Ovest, come fossimo pionieri”.

Lei annuì. Aveva rimpianto a lungo quella stagione in US. Adesso, avrebbe dovuto raggiungere il bagno, ma non c’era una fretta assoluta. Perché le istantanee di allora riapparvero, ad un quarto di secolo di distanza. Quando stavano finendo i vent’anni, e si decideva di stare assieme, nell’America di allora, che finanziava la ricerca senza porre condizioni. 

Ora, mentre indugiava sul letto della casa al mare, lui ormai fuori, ella dimenticò carriera e figli. Dei quali compose una specie di dagherrotipo d’epoca, i cui personaggi, estatici, non possano interloquire. Campeggiava, al loro posto, un’altra immagine. Botanica. Il ficus Benjamin di quell’altra vita, acquistato su Union Avenue, il viale disadorno che si snocciolava per 5 miglia nel mid-town, teoria di parking lot, catene di trattorie, negozietti di antique. Comparve anche il tavolaccio che il neo-marito aveva ricavato da scaffali in disuso; e le gazzette dello sport impilate. Quelle inviate da lei, per la sua nostalgia del futbal! Forse aveva vinto il Napoli quell’anno, non che lei seguisse, ma Luca ne era sembrato deliziato. 

E scacciò, per discrezione, la memoria degli orgasmi diurni. Piuttosto, erano vivide, nella memoria, il dolciastro delle ricette cajun, che da Baton Rouge risalgono il Mississipi, fino ad infrangersi proprio lì, in Memphis; ed il blues per sottofondo, nei locali ambigui come il South-End, a  chiosa di quelle giornate zeppe di entusiasmo per la scienza. Con esperimenti, manco a dirlo, sempre decisivi.

E certi pomeriggi domenicali, che riempivano della reciproca compagnia, sdraiati tra roseti e concerti. Fino al crepuscolo lento della pianura.

E come ogni cosa suscitasse un grande OHH, nel candore della giovinezza. In una America in bilico tra libertà e razzismo. Silenzi che spaventano, spazi da colmare con slancio immaginifico.

Si avvide che lui la osservava. Era rientrato. Con addosso l’accappatoio sdrucito. Quei capelli cangianti in bianco. 

Egli le accarezzò un fianco e disse: “è la stessa di allora. Anche se adesso tramonta. La medesima luce dell’Ovest”. 

La nostra.

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