IL 25 DEL PROFESSORE

Buongiorno. Oggi trattiamo il piacere della Memoria Storica.

“Oggi ti propongo una gita. Breve, ma particolare”. 

Papo, disse la figlia piegando il capo di un 40 gradi…uhm, cosa vuoi farmi credere?

Un poco di mistero ci vuole, ribatteva lui, in una giornata come questa. 

E’ una piccola celebrazione storica. Poi si gira, si fa un brunch.

Fu così perentorio che per le 10e30 solcavano la Ostiense. Timore di deluderla ? Suvvia, i Professori sanno il fatto loro. Egli non disdegnava una certa superbia (dare per scontato che l’altro da te sia sempre entusiasmabile). Forse è un segno ulteriore dell’invecchiamento, pensò, quel piacere di illustrare cose. Fornire dati, siano circuiti cerebrali o semeiotica complessa. Ora la cronaca della vecchia Roma che cercava libertà. 

La figlia teneva 11 anni, lui non pretendeva il massimo. Confidava di trasmettere un senso di pietà e civismo. 

Parcheggiò non lontano dal ponte di Ferro. La figlia enumerò qualcosa nelle vicinanze, una scuola di ballo? Egli la tranquillizzò, che il tragitto era breve, nonostante i marciapiedi consunti. Ora non corriamo alcun rischio, le disse. Ci siamo quasi. E cominciò a raccontare.


Delle dieci donne madri, trucidate in un tumulto di 70 anni prima. Quando cercavano pane. Non armi. Proprio oggi? No, leggi su quella stele. Era il 7 aprile. Ci sono voluti 30 o 40 anni per deporla, pensa. Spararono i nazisti, rabbiosi, ottusi. Giustiziate, pare, proprio là in faccia al Tevere, perché reggevano pagnotte, a forza conquistate nel forno Tesei. O rubate che importa. Anche molta farina disse la vocina malefica che fa da contraltare. E farina, piccola, credo destinata alle truppe di occupazione.

La giovane ristette. Silenziosa. Le ristrutturazioni del quartiere aiutarono a recuperare baldanza. Ci sta un palazzo, lungo via del Porto Fluviale, la cui fiancata propone un murale gigantesco.  Un pellicano di venti metri?

Con la pizza acquistata presso la Piramide, il dialogo riprese. Su quale significato detenesse il 25. Perché papà la considerasse una festività importante. 

Mentre risaliva la rampa del garage, con lei garrula avanti, complice una fatica repentina quasi vacillò. E si fece strada una riflessione: che i morti sono morti, pensava come adattando un Eduardo di annata, i figli so’figli. Era invece memoria di Pavese, quello della Casa in Collina, nelle Langhe. Il protagonista Stefano vi si rintana, per indole, già dal 43; e ci descrive i cadaveri che sfiora. Senza nome. Nemici fino a poco prima. Ora solo uomini morti. Dolore che sfiata da scheletri, quanto simili! Dunque, questo era il messaggio per la figlia! Che sì, noi si celebra gli assassinati dai nazifascisti. Ma in verità ci sta dell’altro, una pietà che trascende.

Si erse baldanzoso per quel convincimento.

Eureka, ho colto il proposito didattico da trasmettere ai giovani. 

Ma non ora, annuì. 

Non quel giorno.

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