ANDARE IN BICICLETTA

Le nostre strade si incrociarono per complesse peripezie famigliari; egli divenne partner di una mia parente divorziata. E galeotto, per loro, fu un Vinitaly (entrambi produttori di vino). Si fa chiamare Lambrusco55; ma non vi tragga in inganno. E’ un fior di intellettuale. E d’altronde, come ama ripetere agli snob, il Lambrusco è l’unico monovitigno autoctono, non importato, del nostro belpaese. Qui ci parla d’altro, comunque in odore di antico.

Che dipenda dalle origini di pianura ? 

Nato in Mantova e cresciuto lì, sino ad inizio adolescenza, dove la bicicletta faceva da padrona; ed i cavalcavia, nel piattume assoluto, assurgevano a colline.

Solcavamo le periferie con biciclettone usate, quelle dei nonni; grigie, pesanti. O addirittura le Grazielle, femminili a ruote piccole. 

A suonare campanelli e via. A bighellonare, tanto i coatti rombanti erano pochi. Non sussistevano pericoli.

O nei primi tentativi di morosa, sul greto del PO.

Non escludo, però, che la passione giovanile per la bicicletta nulla abbia a che spartire con le origini etniche. Nostalgia o fatuo gioco della memoria impongono un mito, un preconcetto. Invece la bicicletta sarà bella ovunque, dico io, dai distretti olandesi, ove i Parkinsoniani la elevano a terapia (a sentire un mio amico neurologo), ai biker della British Columbia, laddove (e parlo per esperienza di viaggi) sembra di entrare in un millennio avveniristico, tutta ecologia, materiali scintillanti…e, appunto, la bici come veicolo dominante.

Perché pedalare è ancora bello. Da adulti. Borghesi e pesanti non importa.

Il piacere di incontrare il vento, di venir avvolti da una brezza amicale, mentre magari scendi al mare, nei tuoi quindici chilometri all’ora. Sensazione piacevolissima, guai dimenticarla. 

Lo avete mai provato, a vent’anni dell’ultima volta, ad inforcarla e lanciarsi verso le spiagge?

Bisogna sapersi accontentare, nella vita, figlioli. Quella brezza, rappresenta un piacere “basico” quanto si vuole. Ma reale. Che si ripete.

In lieve declivio magari. Schivando un dosso, quelli che chiamano dissuasori di velocità (benemerite amministrazioni nostre!). O rischiando il tratto di fanghiglia. Tanto non cadiamo, NOI. Imponendo un rallentamento alle vetture che ci seguono pacifiche. Non suonano il claxon, sono ubriacate dagli ingorghi subiti nei pressi di Comacchio.

Volete rischiare di allargare le braccia? Nel segno di vittoria, la pedalata delle immagini felici, care ai cinefili?

Io non arrivo a più a tanto. Accelero quel tanto che le ginocchia cigolanti permettono. 

E consento al vento di coccolarmi. 

Quasi quasi, a costo di multa, uno di questi weekend fuggo verso la seconda casa, e la inforco; sarebbe una emozione da bandito.

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